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Cambiare le credenze limitanti: vivere la realtà, non le convinzioni

  • Immagine del redattore: Alessia Notari
    Alessia Notari
  • 29 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 4 mag


"Quando cambi il modo di guardare le cose, le cose che guardi cambiano."


Questa frase, che trae origine dalla tradizione Zen e resa celebre da Wayne Dyer, definisce con estrema chiarezza il modo in cui facciamo esperienza della realtà.


Se iniziamo a considerare, anche alla luce di alcune riflessioni della fisica moderna, che non viviamo in un Universo fatto di oggetti separati, ma in una trama di energia e connessione, emerge spontaneamente una domanda:


"Cosa determina il modo in cui questa energia prende forma nella nostra vita?"


Entrano qui in gioco le credenze limitanti: strutture profonde ovvero veri e propri comandi di sistema che influenzano la percezione del mondo e il modo in cui, di conseguenza, la nostra energia si muove.


Non viviamo ciò che è reale, ma ciò che la nostra convinzione ci fa percepire come tale.


Ed è interessante osservare come anche la ricerca scientifica, in particolare Bruce Lipton, ne La Biologia delle Credenze, ha evidenziato come le nostre percezioni influenzino la risposta biologica del nostro organismo. Una credenza limitante non abita quindi solo nella mente, ma risuona in tutto il sistema: si manifesta nel corpo, nelle reazioni automatiche e nelle esperienze che tendiamo a riprodurre ciclicamente.


Come approfondito da Robert Dilts, uno dei massimi esperti nello studio dei processi di cambiamento, le convinzioni agiscono su un livello logico profondo, influenzando le nostre capacità e i nostri comportamenti. Quando ci si ripete ad esempio, spesso anche inconsciamente, di non essere all’altezza, il corpo reagisce contraendosi e l’energia si adegua a quella chiusura; iniziamo così a filtrare ogni evento attraverso questo schema, fino a rendere reale ciò che inizialmente era solo un’idea.


Uscire da questo automatismo significa scegliere di passare dallo stato di “contenitore” a quello di "generatore". Il generatore, immagine che mi piace riportare spesso, è quel macchinario capace di produrre energia in modo indipendente quando la rete esterna subisce un blackout.


Essere un generatore non implica isolarsi dall’interconnessione universale, ma smettere di dipendere esclusivamente dalle fonti esterne, come i condizionamenti passati o le aspettative sociali, per attingere alla propria fonte interna. Il generatore è consapevole:


"Pur essendo parte del tutto,

sceglie attivamente quale frequenza immettere nel sistema.

Non subisce il buio, ma inizia, gradualmente, a creare luce."


Tuttavia, identificare queste convinzioni non è sempre un atto immediato. Molti blocchi che percepiamo nel presente hanno radici che si intrecciano in livelli della memoria così antichi da superare i confini della vita attuale. Per esplorare queste origini, esistono strumenti che permettono di dialogare con la parte più saggia di noi.


Un esempio emblematico che mi è capitato guidando una sessione di Regressione alle Vite Passate riguarda una donna che, nonostante una carriera brillante, viveva nel costante paradosso di non riuscire a trattenere la ricchezza: ogni somma accumulata spariva per imprevisti improvvisi.


Attraverso lo sguardo profondo della regressione, è affiorato il ricordo di un’esperienza nella Francia di fine Settecento. In quella memoria, è emersa l’immagine di una nobildonna in viaggio, derubata di gioielli e monete d'oro durante un violento assalto alla sua carrozza in cui perse la vita. In quell'istante di trauma, l'anima aveva fissato un comando di protezione:


“Se sono ricca, rischio di morire”


Da quel momento, quel "software" interno ha continuato a proteggerla dall'abbondanza per garantirle la sopravvivenza, sabotando involontariamente ogni sua stabilità economica attuale.


Dinamiche simili si nascondono dietro al senso di solitudine che persiste tra gli affetti, o alla paura sottile che qualcosa debba guastarsi proprio quando tutto sembra andare bene. Queste non sono condanne, ma sintonizzazioni interiori che, una volta riconosciute, perdono la loro presa.


Il lavoro di trasformazione è un continuo atto di comprensione ed accoglienza di ciò che siamo. Quando la parte più profonda di noi è pronta ad osservare i vecchi programmi radicati, il peso delle convinzioni antiche inizia lentamente a scivolare via.


In quel momento, il generatore interno che è in te torna libero di funzionare alla sua massima potenza, permettendo alla vita di fluire in modo più coerente con ciò che sei davvero.


Per chi cerca strumenti di risveglio e consapevolezza: #ilprontosoccorsodellanima

 
 
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