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Custodi di bellezza: la verità non detta sulle cicale

  • Immagine del redattore: Alessia Notari
    Alessia Notari
  • 10 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Quest’estate, più che mai, mi sono sentita accompagnata. Non da qualcuno in carne e ossa, ma da un coro invisibile che, ogni giorno, alzava il volume con il sole. Le cicale. Il loro canto costante, vibrante, a tratti ipnotico, mi ha avvolta fin dal primo giorno di caldo. E mentre tanti lo trovano un "rumore" di sottofondo, quasi fastidioso, io invece mi sono sentita cullata. Quel suono mi ha riportato a estati passate, a momenti leggeri, a ricordi che avevo lasciato andare da tempo. E così ho cominciato ad ascoltarle davvero. Come se volessero parlarmi.


Pensando alle cicale, non si può non tornare con la mente alla famosa favola della cicala e della formica. La prima canta per tutta l’estate, la seconda lavora. E quando arriva l’inverno, la formica ha le provviste e la cicala resta al freddo, sola e affamata. Fine della storia, fine della cicala! Eppure, oggi, con occhi nuovi, sento il bisogno di riscrivere quel finale. Non perché il lavoro della formica non sia prezioso, ma perché il canto della cicala, quel “non fare” così giudicato, ha un senso profondo che abbiamo dimenticato.


Nell’antica Grecia, per esempio, le cicale erano amate. Si racconta che un tempo fossero esseri umani così innamorati della musica e della poesia da dimenticare di nutrirsi. Le Muse, colpite da tanta devozione, le trasformarono in cicale per permettere loro di cantare in eterno. Non solo: si dice che osservassero gli uomini e riferissero alle Muse chi ancora onorava l’arte e chi se ne era allontanato. Non più creature frivole, quindi, ma custodi della bellezza.


E nel Giappone tradizionale, il loro canto annuncia l’estate ma ne rivela anche la transitorietà. La cicala canta con intensità sapendo che vivrà poco, ricordandoci che ogni stagione della vita è preziosa proprio perché fugace. Non è forse questo, in fondo, ciò che fa vibrare le corde dell’anima? Sentire che qualcosa è effimero lo rende ancora più sacro.


Anche nelle popolazioni native americane le cicale erano e sono rispettate: spiriti-guida connessi alla trasformazione, alla pioggia, alla guarigione. Emblemi del cambiamento ciclico, della resurrezione, della capacità di emergere dalla terra, dal buio, dopo anni trascorsi nell’invisibile, per cantare al sole.


E allora, cosa c’è di sbagliato nel cantare?

Cosa c’è di inutile nell’offrire leggerezza, bellezza, vibrazione pura,

senza nulla chiedere in cambio?


Io, in questi mesi di grande cambiamento, ho riconosciuto in quelle voci estive qualcosa che mi somiglia. Come le cicale, anche io mi sto rialzando dopo anni in cui sono rimasta sotto terra, invisibile, in ascolto. Sto tornando alla luce. E non è un caso che, proprio in questo tempo sospeso, siano state loro a farmi compagnia. Con la loro presenza costante e apparentemente leggera, mi hanno tenuta ancorata al momento presente. Hanno accompagnato le mie riflessioni, le mie paure, le mie rinascite. Mi hanno ricordato che anche il silenzio può diventare suono, e che ogni voce – anche la più piccola – ha un valore.


Per questo, se un giorno d’inverno doveste incontrare una cicala affamata e stanca, non voltatevi dall’altra parte. Ricordate che, per tutta l’estate, ha cantato anche per voi. E allora accoglietela. Ha portato gioia, bellezza, e forse anche un po’ di guarigione. Come ha fatto con me.


Io la ringrazio. Perché in un momento delicato e profondo della mia vita, si è fatta sorella, mia sorella! E ancora oggi, anche se le giornate si stanno accorciando, continuo a sentirla vibrare dentro di me.


E per salutare questa piccola sorella alata, lascio parlare le parole di un poeta antico che seppe trasformare l’ascolto in poesia. Si tratta di Matsuo Bashō (1644–1694), considerato uno dei più grandi maestri dell’haiku giapponese. In pochi versi, Bashō riesce a raccontare la presenza della cicala come evento sacro e silenzioso, penetrante, eterno:


Silenzio

che penetra fin nella roccia

voce di cicala


In questo haiku il canto della cicala non è solo suono, ma vibrazione sottile che entra nella materia, che attraversa la pietra, che scuote anche ciò che sembra immobile. È il simbolo perfetto di ciò che non si vede, ma si sente. Di ciò che non si tocca, ma ci trasforma.


Così, anche per me, il canto delle cicale è penetrato nelle pieghe della mia anima, accompagnando il mio cambiamento, risvegliando il mio cuore, ricordandomi che ogni passaggio ha la sua musica. E che anche il silenzio, a volte, canta.


Per chi cerca strumenti di risveglio e consapevolezza: #ilprontosoccorsodellanima

 
 
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