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​Il potere delle parole: a quale parte dell’umanità appartieni?

  • Immagine del redattore: Alessia Notari
    Alessia Notari
  • 29 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 30 mar

C’è un legame invisibile, ma d’acciaio, tra ciò che pronunciamo e la realtà che abitiamo. Prima che diventasse un fenomeno mondiale, Louise Hay è stata la testimonianza vivente di una verità cruda: la parola non descrive solo il mondo, lo plasma. Non ha usato le affermazioni come "bacchette magiche", ma come strumenti di chirurgia interiore per recidere i legami con un passato di dolore. Ha dimostrato che il risveglio non passa per concetti astratti, ma per la disciplina profondamente consapevole di ogni singola sillaba che scegliamo di far vibrare nell'aria.


​Su questa scia di consapevolezza radicale entriamo subito nel vivo:


"Quando parli, lo fai dopo aver riflettuto,

con l’intenzione di portare valore alla conversazione,

oppure ti esprimi seguendo l’impulso del momento,

con il bisogno, forse, di dimostrare a tutti i costi di avere ragione?"

È una domanda scomoda, ma necessaria. Perché è qui che si crea la grande distinzione tra chi abita la parola con presenza e chi la lascia scorrere come un rumore di fondo, senza accorgersi che quel rumore sta edificando la propria prigione o il proprio altare.

Esiste una casistica, purtroppo non rara, in cui l'azione verbale è additittura mossa dall'intenzione consapevole di colpire con commenti lasciati cadere nell’aria o giudizi espressi con l’intento evidente di ferire chi si ha di fronte, come se ci fosse un'oscura necessità di rivalsa nei confronti dell’altrə, che riceve e ascolta perché le parole non si vaporizzano nell’aria, ma iniziano a lavorare nell'inconscio, sedimentando e diventando, nel tempo, verità interiori anche quando non lo sono. Le parole non sono mai neutre, poichè vibrano come veri e propri vettori di energia che, a seconda dell’intento, creano connessione o la distruggono.

Esiste poi anche un’idea molto diffusa, e profondamente fuorviante, di chi confonde l’impulso con l’autenticità. Moltə pensano infatti che per essere "verə" debbano dare voce a ogni pensiero così come si presenta, seguendo la logica del:


"Se lo sento, lo dico, altrimenti non sarei io"


​In questa visione, la mancanza di filtri viene rivendicata come un diritto naturale, quasi un vanto di coerenza che, in realtà, può assumere tratti profondamente narcisisti.


...e come chiamiamo questo fenomeno?

Sincericidio, che non è un'incapacità di controllarsi, ma la scelta deliberata di scagliare verità brutali e profondamente soggettive contro l’altrə. Chi agisce così non vuole governare i propri impulsi, anzi, li celebra. Si convince che "dire ciò che si pensa" a ogni costo sia l’unico modo per restare nobile e onestə con se stessə, usando la propria libertà come un paravento per ignorare l'impatto, a volte devastante, che quelle parole hanno su chi si ha di fronte.


Se ti riconosci in uno di questi scenari, Socrate ti viene in soccorso con una tecnica semplicissima da seguire ogni volta che sorgerà il dubbio se e come dire quello che stai pensando: i tre setacci.


Il primo: è vero?

​Il secondo: è buono?

​Il terzo: è utile?


​Tre domande che non servono a censurare ciò che pensiamo, ma a trasformarlo prima di offrirlo all’altrə. Platone, nel Fedro, amplia poi il concetto definendo la parola un pharmakon: qualcosa che può essere allo stesso tempo cura o veleno. Non cambia la parola in sé, ma l’intenzione, il contesto e la consapevolezza da cui nasce.

Questa visione trova un riscontro sorprendente anche nella psicologia moderna. Rollo May, tra i massimi esponenti della psicologia esistenziale del Novecento, parlava della comunicazione come di un atto di coraggio, e non il coraggio di dire tutto, ma quello, molto più raro, di fermarsi, sentirsi, e poi scegliere consapevolmente cosa portare nella relazione. Per May, ogni parola è un atto creativo: non descrive soltanto la realtà, ma contribuisce a costruirla. Ogni volta che parliamo, stiamo definendo il clima emotivo in cui una relazione prende forma. Se la tua parola è carica di giudizio, stai letteralmente costruendo una realtà di separazione, in cui non stai descrivendo un problema, ma lo stai alimentando. E questo cambia completamente la prospettiva perchè non si tratta più di “dire o non dire”, ma di quale tipo di realtà stai contribuendo a creare attraverso ciò che dici.

E cosa accade quando ci accorgiamo di aver sbagliato

o di aver usato la parola per ferire?


Invece di affogare nel senso di colpa ovvero nell'indifferenza, possiamo usare l'accaduto come un momento prezioso, una vera e propria palestra di vita. E da questo spazio germoglia la consapevolezza in cui riconosciamo che quel colpo verbale non era rivolto all'altrə, ma era una proiezione della nostra Ombra, di un nodo irrisolto che ha trovato sfogo nella voce ma che risiedeva da tanto tempo nel nostro inconscio e che l'altrə, agendo come un ignaro catalizzatore, ha semplicemente fatto emergere offrendoti (in realtà) un'opportunità concreta di guardarti dentro in un'ottica di crescita. ​Ribaltare quindi il danno in insegnamento ci da il permesso di chiederci: "Quale parte di me aveva bisogno di ferire?". Ed è in questo spazio di auto-indagine che la parola smette di essere un'arma e torna ad essere un incredibile strumento di evoluzione.


Accanto a questa fragilità, si muove un’altra parte dell’umanità, più silenziosa e forse pure meno visibile poiché profondamente centrata nell’aver compreso che non tutto ciò che pensa merita di essere detto.

Sono persone che scelgono le parole con cura, non per timore di esprimersi ma per il rispetto della vibrazione che le parole generano. Anime che non sentono il bisogno di riempire il silenzio per sentirsi presenti o per colmare un bisogno di riconoscimento latente, a volte inconscio, altre profondamente conscio, perché hanno imparato a riconoscere il valore di ciò che nasce dentro prima ancora di trasformarlo in parola.


Ed in quel momento trasformano l’impulso in consapevolezza,

prima ancora che in suono,

non perché non abbiano nulla da dire

ma perché hanno compreso che il vero potere non risiede nel dire tutto,

bensì nel sapere cosa valga davvero la pena essere pronunciato.

È ormai chiaro che nelle tue mani risiede il potere di decidere: lasciare che la parola sia un riflesso automatico dell'istante, oppure trasformarla in un atto consapevole, capace di nutrire invece di consumare? Scegliere questa sensibilità non significa affatto abbracciare il silenzio, ma iniziare a comunicare con una cura tale da rendere ogni scambio una vera e propria maestria, capace di generare una reale unione con l’altrə.


​Ed è proprio questa la linea sottile che distingue la reazione automatica dalla scelta consapevole, quel momento in cui colleghiamo il pensiero alla responsabilità prima ancora che alla voce. E da qui nasce il passaggio fondamentale che ci fa smettere di essere schiavi dei nostri automatismi per diventare generatori di valore.


La tua parola è la firma della tua anima:

assicurati che la tua eredità sia qualcosa di cui andare fierə.


Questa cura estrema per ogni nostro atto, verbale o fisico che sia, trova la sua sintesi perfetta in un antico insegnamento della tradizione buddista. Si racconta che un giorno, mentre il Buddha sedeva con i suoi discepoli, una mosca gli si posò sulla fronte. Con un gesto rapido e distratto, il Maestro la scacciò. Un istante dopo, però, egli ripeté lo stesso identico gesto, stavolta con estrema lentezza e grazia, nonostante la mosca non ci fosse più. ​Un discepolo chiese: "Maestro, perché hai rifatto quel gesto se la mosca era già volata via?". Il Buddha rispose:


"La prima volta ho scacciato la mosca in totale inconsapevolezza.

Ora ho ripetuto il gesto per farlo consapevolmente".


Anche noi possiamo imparare dai nostri automatismi e ogni volta che correggiamo il tiro, stiamo firmando la nostra evoluzione.


Per chi cerca strumenti di risveglio e consapevolezza: #ilprontosoccorsodellanima



 
 
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