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La forza del silenzio consapevole: quando smetti di difendere ciò che sei

  • Immagine del redattore: Alessia Notari
    Alessia Notari
  • 15 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 6 giorni fa

“Ma come sei sensibile”, “permalosə”, “pesante”, “troppo criticəoppure “la tua reazione è proprio esagerata!”.


Essere inspiegabilmente etichettatə così stordisce parecchio visto che stavi semplicemente cercando di esprimere meglio il tuo punto di vista?!? Se sì, sappi una cosa importante: quelle espressioni non definiscono affatto chi sei, descrivono piuttosto la dinamica che si è creata tra te e l'altrə. Quell'etichetta infatti è solo il riflesso di tre blocchi interni dell'altro. È un suo 'rumore di fondo' che ti ha gettato addosso ma che non definisce minimamente la tua persona, anzi racconta solamente la sua difficoltà nel gestire il confronto.


​L'effetto "Specchio" (Dissonanza Cognitiva): quando ti spieghi con onestà, metti l’altra persona di fronte a un proprio errore o a una mancanza. Per molti, ammettere di aver sbagliato è inaccettabile perché minaccia l'immagine che hanno di sé. Invece di dire "scusa, ho sbagliato", il loro cervello attiva una difesa immediata: ribaltare la colpa su di te. Così, il problema non è più il loro comportamento, ma la tua "eccessiva sensibilità".


Lo spostamento del focus: etichettarti come "pesante" è una strategia (spesso inconscia) per cambiare l'argomento della conversazione. Se si parla del tuo carattere, non si deve più parlare del merito del discorso. È un modo per "vincere" il confronto senza dover affrontare la realtà dei fatti: spostando l'attenzione su come reagisci, l'altro evita di assumersi la responsabilità di ciò che ha detto o fatto.


​Il limite della profondità: ognuno di noi ha una diversa capacità di gestire l'intimità emotiva e la chiarezza. Quando cerchi un confronto autentico, stai nuotando in acque profonde. Chi è abituato a restare in superficie percepisce questa profondità come una minaccia o una fatica inutile. Ti definisce "pesante" semplicemente perché non ha il fiato necessario per seguirti dove la conversazione diventa vera.


Ed ecco affiorare dinamica della trappola in cui sei "caduta" involontariamente: in un attimo il focus della conversazione si è spostato: non si parla più del contenuto di ciò che stavi esprimendo, ma del tuo carattere. È proprio qui che prende forma la trappola del “Sei troppo criticə”.


E lo sai che questo meccanismo sta cercando di invalidarti due volte:


la prima sminuendo ciò che hai detto,

la seconda facendoti sentire in colpa per aver provato a spiegarlo.


Comprendere che quell’etichetta non ti appartiene, ma rappresenta piuttosto una difesa di chi la utilizza, è il primo passo verso una forma più profonda di libertà interiore.


Queste dinamiche per fortuna sono state studiate a lungo, e ora mi fa piacere condividere brevemente i due concetti che meglio si sposano con la nostra situazione. La psicologa americana Marsha Linehan ha analizzato questo fenomeno definendolo invalidazione emotiva: quando ciò che esprimiamo viene minimizzato o non riconosciuto, il nostro sistema emotivo reagisce con un segnale di disagio. Non significa essere troppo sensibili. Significa semplicemente essere umani.


Parallelamente, lo psichiatra Murray Bowen ha introdotto il concetto di differenziazione del sé: la capacità di restare centrati su ciò che sentiamo e pensiamo anche quando gli altri interpretano diversamente le nostre parole. È la forza di non lasciare che ogni reazione esterna definisca il valore della nostra esperienza.


Ma la via d’uscita è: reagire o lasciare andare?


Quando emerge quel fastidio interiore si apre spesso un dubbio quasi amletico: reagisco oppure lascio correre? Per non consumare energia in confronti sterili esistono due strade preziose senza sminuire noi stessə.


La risposta neutra: riconoscere il punto di vista dell’altro senza entrare in una battaglia. Frasi come “Interessante la tua prospettiva” oppure “Capisco il tuo punto di vista” non rappresentano una resa, ma un modo elegante per non alimentare una dinamica che difficilmente porterebbe a un confronto costruttivo.


Il silenzio consapevole: non è il silenzio di chi non sa cosa dire, ma quello di chi non sente più il bisogno di convincere l’altro.


Come spiegava Wayne Dyer, quando la nostra stabilità interiore non dipende più dall’approvazione esterna, smettiamo gradualmente di difendere continuamente ciò che siamo. Ed è proprio in quel momento che accade qualcosa di semplice e profondamente liberatorio:


non sentiamo più il bisogno di

avere ragione per stare bene con noi stessə.


Esiste una metafora nella natura che descrive bene questo processo: la lezione silenziosa degli abissi. Negli abissi oceanici la pressione è enorme e la luce del sole non arriva. Eppure la vita prospera. Quelle creature non sopravvivono perché l’ambiente è facile, ma perché hanno sviluppato una stabilità interna capace di bilanciare la pressione esterna, la mancanza di luce ed il freddo intenso. Allo stesso modo, quando sviluppiamo una vera centratura interiore, ciò che accade fuori (commenti, opinioni o etichette) smette gradualmente di determinare il nostro equilibrio interno. Non perché il mondo diventi improvvisamente più gentile, ma perché dentro di noi è nata una stabilità più profonda.


Ed è proprio da quella stabilità che nasce il vero potere del silenzio consapevole.


Per chi cerca strumenti di risveglio e consapevolezza: #ilprontosoccorsodellanima


 
 
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